” Il modo in cui chiami le cose è il modo in cui finisci per viverle” Michela Murgia
Quando si parla di menopausa, spesso si parte da una parola: “sintomi”.
Non disturbi, non trasformazioni, non segnali, non cambiamenti.
Sintomi. Come se fosse una malattia, una sindrome.
Come se qualcosa, dentro di te, si fosse rotto, come se fossi malata.
È il linguaggio che ci accompagna da sempre — e come tutte le parole che usiamo automaticamente, finisce per modellare anche il nostro sguardo!
La donna porta sul proprio corpo i segni della sua ciclicità e del trascorrere del tempo. Con la menopausa si chiude il ciclo riproduttivo e si apre una nuova fase della vita spesso percepita carica di pregiudizi che ne possono compromettere la qualità e il benessere.
E infatti, nel linguaggio medico dominante, si parla di “sindrome climaterica”, che già nel suono ha qualcosa di meteoropatico e clinico!
Ma la menopausa non “colpisce”: arriva!
Non “degenera”: evolve!
Non “rompe l’equilibrio”: ne crea uno nuovo!
È un processo complesso, è vero, che coinvolge corpo, emozioni, energia, ritmo di vita ma non è una patologia.
E allora perché la menopausa viene vista prima di tutto come un problema da gestire, e non come una fase da attraversare?
Kōnenki: quando le parole cambiano la visione
In Giappone esiste il termine kōnenki, una parola che descrive un periodo della vita caratterizzato da cambiamenti legati all’età.
È composta da tre ideogrammi che significano:
• età,
• cambiamento,
• energia.
Non coincide esattamente con il nostro concetto di menopausa, ma guarda al cambiamento come a una fase di trasformazione psicofisica ed energetica. Un passaggio di maturità, non una perdita.
Cioè non si riduce alla fine della mestruazione ma come un evento naturale che può portare a qualche disturbo temporaneo.
Certo, anche in Giappone esistono pressioni culturali, ma la parola stessa contiene un altro sguardo: quello di chi sta attraversando una soglia, e non di chi sta “declinando”.
Ci siamo già passate: solo che non ce lo ricordiamo più!
Quello che spesso dimentichiamo è che non è la prima volta che il nostro corpo cambia in modo radicale sotto l’effetto degli ormoni.
È successo anche quando ci stavamo avvicinando alla prima mestruazione.
Anche allora ci sentivamo “in trasformazione”, irritabili, confuse, il corpo sembrava sfuggirci, avevamo fame, piangevamo, ridevamo, eravamo stanche ma non dormivamo! E poi, quei dolori al petto… quelle ghiandole che cominciavano a gonfiarsi e a farsi sentire, tese, sensibili, come se volessero dirci che qualcosa stava accadendo, che stavamo cambiando.
Ma il menarca, nel racconto collettivo, è stato riconosciuto come un rito di passaggio necessario. A volte festeggiato, altre solo sussurrato, ma comunque nominato, condiviso tra donne, raccontato.
Mia madre mi raccontò che, quando le arrivò la prima mestruazione, mia nonna comprò i pasticcini e invitò le comari: doveva annunciare che sua figlia era diventata “signorina” –così si diceva allora!!!
Peccato che mia madre, più che festeggiare, avrebbe voluto solo sparire!
La menopausa, invece, no! Non ha parole che l’accompagnino, non ha riti che la celebrino, non ha cerimonie né attenzioni. È come se questo passaggio non meritasse di essere riconosciuto. E quando un passaggio non viene riconosciuto, è come se non esistesse!
Eppure il corpo lo sa, ha memoria e fa esattamente lo stesso! Si assesta, si riorganizza, si prepara a una nuova stabilità.
Forse la menopausa è proprio questo: un secondo rito di passaggio, una nuova soglia da attraversare — con la consapevolezza che ogni cambiamento, anche quando scompiglia, è solo un’altra forma di vita che ci chiama!
Forse dovremmo solo recuperare quella memoria dimenticata, e ridarle dignità.
Una domanda per te
Come ti sentivi mentre ti avvicinavi al menarca?
Che parole useresti oggi per raccontare quella ragazza che eri?
Com’era il tuo corpo? Come si comportava? Come lo vivevi?
Cosa pensavi del sangue, della tua pelle, del tuo odore?
E come sono stati i primi mesi, i primi cicli?
Te lo ricordi?
Scrivere queste cose, anche solo per te stessa, è un gesto di restituzione.
Al tuo corpo. Alla tua storia.
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